Il santo della nostra Parrocchia

San Bernardino da Siena

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernardino da Siena (1380-1444), rappresenta indubbiamente il fenomeno più tipico della pastorale cristiana sul versante dell'evangelizzazione popolare verificatosi in Italia, e forse in Europa, dal Rinascimento a oggi.

Nobile, colto, di ricca famiglia e di netta identità toscana per linguaggio e modi, muore a sessantaquattro anni di cui quaranta trascorsi incessantemente sul pulpito, in chiesa e in piazza, interlocutore frequente di papi, imperatori, re e principi, di parti e fazioni cittadine e nazionali, ma soprattutto da "predicatore popolare" nel significato più ricco e autentico del termine.In lui non vi sono iati e fratture fra il predicatore e la predica; egli è costantemente tutt'uno con ciò che dice, e anche col modo di dirlo: davvero in lui "lo stile è l'uomo". Ha costante il senso dell'ordine, della responsabilità, del rigore; personalmente, per le privazioni e penitenze, perde i denti già dopo i trentacinque anni, è magro all'osso, patisce di malanni a catena; nel "lavoro" è scrupoloso, spesso scrive la predica, prima di dirla, anche due volte (e in certi casi sono prediche che durano dalle 2 alle 4 ore). Ma, simultaneamente, inscindibilmente, egli ha il dono dell'auto ironia, dell'umorismo, della satira e del sarcasmo, e ne fa ingredienti folgoranti e affascinanti del proprio discorso. Sa ridere di sé e degli altri con sferzate che levano la pelle, non risparmia né potenti né "poveraglia": a tutti annunzia la stessa parola, con uguale rigore. Ma anche con una strepitosa fantasia che gli suggerisce di continuo trovate, analogie, "spettacolo" e sdoppiamento scenico senza pari. E' un grande mimo di se stesso (come d'altronde san Francesco) e della parola, detta sempre in in volgare e solo per solidità di conferme, ricca spesso di citazioni latine della Bibbia e dei Padri.  Calcola d'istinto gli effetti del discorso e di come tutto il suo corpo, voce, sguardo, gestualità lo sottolineano, e del corpo fa sempre il compimento figurale della parola. Come san Francesco descritto dal Celano, anche Bernardino “è tutto una lingua”.  Ha il senso, il dono, il coraggio e il rimorso, la grazia e la sicurezza, d'aprire “piaghe” che però sa subito medicare e guarire.  La sua inattesa, struggente tenerezza soprattutto nei confronti delle donne, dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati - è intrisa di autobiografia affettiva: in ogni donna, “freudianamente”, rimpiange e ricerca la madre mortagli quando lui aveva solo tre anni, e il padre mortogli quando ne aveva sei.  E ritrova tutte le donne di casa sua, le zie, le cugine Tobia e Bartolomea.  Il "femminile" dell'orfano Bernardino lo arricchisce di pietà verso la Madre di Cristo, senza però stemperarne l'ortodosso, evangelico vigore, l'appassionata chiarezza filiale.  In lui non si scindono mai i ruoli, il linguaggio, i temi e gli stati d'animo di chi è nato, vive e si consuma per annunciare il Vangelo.

Il successo del predicatore non nasce in Bernardino dai tenti dei sermone, che sono quasi sempre classici: nasce dal modo, dallo spirito e dal linguaggio in cui “traduce”, d'impeto, il testo scritto prima in bell'ordine, con poche correzioni e cancellature, con schemi, divisioni e suddivisioni degni di un testo di oratoria astratto, accademico, rigidamente consueto per predicatori scolastici tradizionali.  Dalla “gabbia” di quegli schemi fissi, davanti alla gente Bernardino esce sempre come un ragazzo felice invitato a nozze.  E la predica - non più il sermo - gli nasce da sé, ricca di tutta la realtà della vita vissuta, e gli si accende di tutti i riferimenti e le improvvisazioni del “parlato”. Come si sa, Bernardino, almeno nelle quaresime e nei cieli oratori del 1425 e del 1427 a Firenze e a Siena, è stato avvantaggiato dallo zelo geniale di stenografi straordinari che trascrivono il vivo letterale del suo dire. Si ha, soprattutto dal maestro Benedetto di Bartolomeo, “uomo di poca robba e assai virtù”, cimatore di panni senese con famiglia numerosa e “tifoso”, di Bernardino, il dono di un vero “parlato”, una specie di “colonna sonora” delle quarantacinque memorabili prediche dal santo tenute in Piazza del Campo a Siena dal 15 agosto in poi.  E' stato questo stenografo a consegnare Bernardino anche alla storia della nostra lingua.  Un suo biografo giunse a trarre dalle sue prediche un denso volume di novelle e apologhi degni di Franco Sacchetti e del Boccaccio per arguzia, felicità e “cattiveria”. Massimo Bontempelli lo definisce “il cuore” del Rinascimento e dell'umanesimo fiorente allora a Firenze, mentre Lorenzo il Magnifico ne è “la mente”.  Ma nella cultura umanistica, e in pieno incontro tra uomini colti d'oriente e d'occidente a confronto a Firenze per il Concilio ecumenico del 1439, Bernardino trova più uno stimolo personale ed estetico congeniale alla sua struttura che un veicolo e uno strumento analogico alla propria predicazione.

Papa Martino V, tornando dal Concilio di Costanza, incontrandolo in Piemonte, gli affida il compito di ricucire quello che oggi si direbbe “lo strappo” nella veste della Chiesa.  Per questo, Bernardino sa che all'umanesimo per se stesso non può chiedere alcun aiuto concreto.  Dice ancora Bontempelli: “Egli non è né pro né contro l'umanesimo: cammina su un'altra strada”.  A Firenze, frequenta alcune sessioni del Concilio, ma intuisce che vi si bizantineggia, che è più umanistico che ecclesiale, e se ne va prima che sia concluso (e fallito almeno negli scopi ecumenici).

 

L'uomo

La forza della sua predicazione dipende in grande prevalenza dalla straordinaria , pronta, sensibilissima, intuitiva umanità, a cui si unisce una cultura assimilata sempre con grande fervore e prontezza, mai però resa da mezzo, fine. Parlare alla gente gli piace, ma alle spalle, fin dalla prima giovinezza Bernardino ha esperienza di dedizione a poveri e moribondi: la peste del 1400 lo trova all'Ospedale della Scala, dove, interrotti gli studi di Diritto, assiste gli appestati e si ammala alla fine anche lui.  Una malattia che lo strema e lo rinnova, spingendolo verso la vita religiosa.

Cinque mesi intercorrono fra la morte di Caterina Benincasa e la nascita di Bernardino degli Albizzeschi.  Bernardino “eredita”, in certo senso, la lingua stessa, la passione ecclesiale, l'intensità religiosa della grande concittadina, ma vi aggiunge un lato gioioso, quasi plebeo, che lei, popolana, in realtà non ha che raramente.  Bernardino è felice di vivere, combina scherzi incredibili ai confratelli, li motteggia e sfida di continuo: e, in molti casi, una forma di pudore con cui nasconde la sua vita interiore, le penitenze e le lunghe veglie in adorazione.  Tanto arriva a sconcertare i frati coi suoi lazzi che, quando morì, un frate corse piangendo sulla sua bara a chiedergli perdono: “O babbo mio, perdonami, ch'io mormoravo di te!”.  Bernardino sa però dimostrare costantemente l'amore; potrebbe dire di sé ciò che egli dice di san Francesco: “Era tutto tenero tenero, come amore maternale dolce, non come el padre che l'ha un poco più duro”.  Si vuole bene, e spera che tutti vogliano bene a se stessi: “Se parli a Dio, parla con carità.  Se parli di te, parla con carità.  Fa che dentro te non sia altro che amore, amore, amore”.

 

L'uomo di Dio

Bernardino si sente e si confessa un consacrato colmo di gioia.  Confessa alla gente che per lui ha un senso il fatto che la sua vita sia scandita dal giorno 8 settembre, Natività di Maria: è nato l'8 settembre, ha vestito il saio l'8 settembre, ha emesso i voti religiosi l'8 settembre, ha celebrato la prima messa l'8 settembre.  La pietà per Maria gli scioglie il cuore, i pensieri, la voce. Ma lo indigna la “mariolatria” la superstizione delle reliquie a iosa (“credi tu ch'ella fusse una vacca la santa Ver me che lassasse il suo latte dovunque? io mi credo che n'avesse quanto bastava a quella bocchina di Jesu benedetto”).  Secondo lui la preghiera ha la sua misura nella confidenza in Dio: “Tanto quanto ti confidi in Dio, tanto t'aiuta, né più né meno.  Fatti la misura tu stesso.  Dice messer Domineddio: 'Se ti confidi grandemente, t'aiuterò: se ti confidi mezanamente, mezanamente t'aiuterò: se per poco, poco’”.

Il riformatore

Dal 1421 al 1443 ha il compito di riformare l'ordine francescano: da lui l'impresa prende il nome di Osservanza. Sono anni difficili, faticosi, che lo logorano probabilmente più della predicazione, che invece gli è congeniale e sembra ricrearlo nello stesso tempo che lo spossa. Francescano verace e strenuo, riesce solo in parte a riconciliare "conventuali" e "spirituali", pur godendo di un immenso prestigio davanti a tutti.