La Storia della nostra Parrocchia tratta dall'"Enciclopedia Bresciana" e dal nostro storico "Gianluigi Vernia"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecclesiasticamente il territorio di Roncadelle fece parte della pieve della Cattedrale dalla quale passò poi alla chiesa di S. Maria di Fiumicello. Un indizio del formarsi oltre che sotto il profilo civile ed amministrativo anche sotto quello religioso ed ecclesiastico si verificò il 15 maggio 1306 quando i vicini riuniti nella "piazza del comune" presso la chiesa di S. Giulia, manifestarono l'esigenza di un sacerdote permanente a Roncadelle e si obbligarono a versare annualmente per il suo sostentamento sei lire imperiali, cinque "some" di frumento, due "carra" di vino e tre "sestari" di legumi, riservando alla badessa del monastero la facoltà di accrescere il contributo. Come sottolinea G.L. Vemia: "tale deliberazione manifesta chiaramente non solo una crescita demografica ed un certo sviluppo economico locale, ma anche una nuova coscienza comunitaria". L'esistenza di una cappella dipendente dalla chiesa di S. Maria di Fiumicello viene registrata, nello Status Ecclesiae Brixiensis dei 1410. Non sappiamo nulla o quasi della vita religiosa della zona. Certo ebbe una influenza la conclamata presenza presso i Porcellaga di S. Bernardino da Siena. Fu comunque lo sviluppo economico ed anche urbanistico, determinatosi dalla metà del '400, che portò Roncadelle alla indipendenza dalla chiesa di S. Maria di Fiumicello e anche dalla stessa chiesa di S. Giulia appartenente al celebre monastero cittadino. dove un sacerdote celebrava la domenica. La lontananza da Fiumicello convinse Gerolamo Porcellaga per un voto fatto per essersi liberato nel 1512 dai francesi a disporre, con testamento dell'11 marzo 1515, "che i suoi eredi provvedessero a designare e mantenere in perpetuo un sacerdote, amovibile a loro beneplacito, nella chiesa di S. Bernardino in Roncadelle utilizzando una parte dell'affítto annuo ricavato da una sua proprietà".
Gli eredi (Gian Francesco, G. Battista e Pietro Porcellaga) provvidero a versare la somma di 600 lire a don Filippo Donato, un patrizio veneto evidentemente investito del beneficio ecclesiastico relativo alla chiesa di S. Bernardino, e negli anni seguenti si impegnarono ad ampliare e abbellire l'edificio. I fedeli, da parte loro, si obbligarono a contribuire al mantenimento del curato con una somma equivalente a quella sborsata annualmente dai Porcellaga, sollevando da tale obbligo solo i poveri che venissero dichiarati tali dai titolari del giuspatronáto. Il giuspatronato durerà fino al '900 passando dai Porcellaga ai Martinengo di Pianezza e ai Calini.
Non molto più tardi i Porcellaga e gli homines di Roncadelle si impegnarono a versare una somma per il culto, in modo che il cappellano "potesse anche battezzare e quindi esercitare la cura di anime e ciò col consenso del Capitolo della Cattedrale, da cui dipendeva Fiumicello". L'impegno degli abitanti di Roncadelle accanto a quello dei Porcellaga era già di per sè il segno di un risveglio religioso che registrò nei primissimi decenni dei '500 la nascita della Confraternita del S.S. Sacramento. Della Confraternita rimane in Biblioteca Queriniana un piccolo codice (G. VIII 15), che può ritenersi uno dei prototipi della regola bresciana della stessa.
P. Guerrini che l'ha pubblicato lo fa risalire "senza dubbio" agli inizi del sec. XVI. Nel 1541 vi vennero aggiunti nuovi capitoli sottoscritti: "Me p(rete) Hieronimo di Faustini capelano la giesia de Sancto Bernardino de Ronchadelle". Lo stesso Guerrini sottolinea come "trascurate alcune piccole e trascurabili divergenze" era questa la regola comune a tutte le Discipline e Confratemite. La confraternita avrà poi notevole sviluppo. Regolamentata da S. Carlo nel 1580, raccoglierà numerosi legati e donazioni svolgendo oltre al ruolo devozionale una concreta attività assistenziale.
Al di là di ciò, la collaborazione dei Porcellaga e degli "uomini" di Roncadelle diede presto i suoi frutti anche sul piano concreto. Come annota G.L. Vernia: "Nel 1531 venne terminata la costruzione -del campanile, dove fu collocata una campana. Nel 1536 Galeazzo Porcellaga, figlio di Gian Francesco, dispose nel proprio testamento che la chiesa di Roncadelle dovesse essere rifornita di "robba da fornace, cioè terra cotta per lo montare di lire trecento et trenta bresciane" computando in tale somma anche il residuo debito per l'acquisto della campana. E si cominciò a nominare un curato, che si stabilì a Roncadelle e che, oltre a celebrare quotidianamente e ad esercitare la cura delle anime, ottenne la facoltà di amministrare il battesimo nella chiesa di S. Bernardino, presso la quale cominciarono anche a venire sepolti i defunti". Nell'elenco dei parroci steso da mons. Fè d'Ostiani il primo parroco, don Bernardo Bertoldi, compare nel 1550. Stabilito il nuovo parroco la chiesa di S. Bernardino veniva il 3 giugno 1565 consacrata da mons. Vincenzo Duranti e il 2 settembre 1565 accolse la visita pastorale del vescovo Bollani. Questa visita pastorale trova don Bernardo Bertoldi circondato da stima e apprezzato da tutti per l'attività pastorale anche se il vescovo lo trova poco istruito e lo convoca dopo due mesi a sè per costatare se sia meglio preparato. Tutti i fedeli, fatta eccezione di quattro persone (fra cui due concubini), fanno Pasqua. Analoga situazione trova il visitatore Pilati nel 1572. Nel 1581 Pietro Porcellaga istituiva una cappellania mettendo a disposizione mille lire, mentre alla fine del '500 il padre gesuita Lodovico Porcellaga, figlio di Gian Luigi, dispose un lascito di 500 ducati (pari a 1.500 lire) a favore della chiesa di S. Bernardino da investire in beni immobili, il cui reddito doveva essere destinato al mantenimento del curato. Non essendosi trovati a Roncadelle terreni in vendita su cui investire tale somma, Gian Battista e Geroiamo Porcellaga, figli di Marcantonio, decisero di mettere temporaneamente a disposizione della chiesa due terreni di loro proprietà (uno di 5 piò e uno di 3 piò) impegnandosi a versare annualmente il relativo "censo" di 75 lire al curato.
Ma quando anche tale iniziativa si dimostrò insufficiente alle necessità, i Porcellaga decisero di ridefinire le condizioni del giuspatronato accrescendo in modo cospicuo il contributo, con l'obbligo di una celebrazione settimanale per i Porcellaga e per le anime dei loro defunti e di tre celebrazioni annuali in occasione degli anniversari dei "patroni". Nel 1648 il curato Pellegrino Lurani dichiarò di ricevere annualmente 500 lire: 246 dai Porcellaga ed il resto dalla Vicinia e dagli uomini di Roncadelle. I fedeli continuarono quindi a provvedere al mantenimento del loro curato con un contributo almeno equivalente a quello dei titolari del giuspatronato, anche se gran parte della popolazione viveva ai limiti della sussistenza, finché don Faustino Agosti, parroco di Roncadelle dal 1660 al 1696, li sgravò da tale obbligo con un lascito testamentario di 500 scudi a favore della chiesa di S. Bernardino. Con tutto ciò la parrocchia rimarrà povera, anzi alla fine del '700 "poverissima" come ha documentato in un suo studio Rolando Anni. Nonostante tale povertà la vita religiosa ebbe notevole sviluppo, come indica la costituzione il 12 luglio 1609 per iniziativa di p. Massimo da Verola, di una nuova confraternita, quella della B.V. del Rosario.
Come sottolinea G.L. Vernia: "La popolazione locale trovava nella fede religiosa e nelle proprie organizzazioni maggior sicurezza che nel castello, il quale rappresentò anzi, in certi periodi, un grave ostacolo alla convivenza civile, come avvenne nella prima metà del Seicento, quando i Porcellaga del castello esercitarono, come abbiamo visto, violenze ed abusi anche nei confronti degli abitanti di Roncadelle". Momenti di particolare rilievo infatti la parrocchia ebbe verso la metà del '600 e specialmente tra il 1641 e il 1647 quando in seguito al sequestro di alcune ragazze da parte di Pietro Aurelio Porcellaga, parte della popolazione si strinse attorno al parroco Pellegrino Lurani che aveva biasimato il comportamento del nobile, la leggerezza di chi frequentava le feste in castello e l'uccisione di Cipriano Bonometti trucidato sulla porta di casa per essersi opposto alle attenzioni del Porcellaga verso la figlia. Don Lurani venne per questo suo atteggiamento fatto bastonare da alcuni bravi. Nel 1648 all'epoca della visita del card. Marco Morosini (24 settembre) la chiesa è consacrata, la confraternita del SS. ha un suo reddito da beni stabili ed un legato predisposto da Bartolomeo Ghizzoni e della signora Benvenuta, mentre quella del S. Rosario non aveva redditi. In parrocchia vi erano oltre al parroco altri due sacerdoti che si mantenevano con un legato e con elemosine disposti per la Confraternita del SS. Oltre alla chiesa parrocchiale esistevano ben quattro chiesette o oratori: S. Rocco, S. Francesco, poi dedicato alla Madonna, Ognissanti, S. Giulia. Come ha sottolineato Rolando Anni: "Un rilievo esemplare, e in grado quindi di chiarire i modi con cui il compito del parroco veniva svolto, era l'interessante figura di Faustino Agosti. Nominato curato nel 1660 ventottenne (era nato nel 1632), pochi anni dopo la tragica conclusione delle vicende di Sansone e Pietro Aurelio Porcellaga che proprio nel castello di Roncadelle avevano la loro roccaforte, Agosti nei trentasei anni durante i quali svolse la sua attività di parroco (morì a 64 anni il 22 agosto 1696) esercitò un ruolo di rilievo non solo nella vita religiosa del paese. Sebbene la sua opera più appariscente fosse il rifacimento della chiesa parrocchiale, iniziato nel 1668 e quasi del tutto concluso prima della sua morte, tuttavia il suo influsso si manifestò in modo meno evidente ma certo più profondo nel campo propriamente spirituale.
L'istituzione di una scuola parrocchiale per i fanciulli, di cui si dirà più avanti, il rilievo assunto dall'istruzione religiosa e dall'insegnamento catechistico furono attività essenziali il cui ruolo dovette essere tutt'altro che trascurabile nel determinare l'atteggiamento religioso dominante nella parrocchia. La scelta, poi, di condurre la vita in comune con i coadiutori "per maggior commodità e governo del popolo" va considerata, al di là del suo significato pratico e religioso, come uno dei segni dell'assunzione consapevole del ruolo per cui il parroco si propone come figura centrale della comunità del villaggio e diviene "un modello di virtù e buona condotta (...) un vero e proprio interprete della bontà e della pietà che andava predicando". Gli atti della visita pastorale di mons. Marino Giov. Giorgi del 3 ottobre 1665 registrano nella chiesa parrocchiale tre altari (maggiore, del SS. Sacramento, della Madonna del S. Rosario), tre sacerdoti oltre il parroco. La dottrina cristiana "camminava in buon ordine". Frutto anche di questo buon ordine è l'ampliamento nel 1668 della chiesa parrocchiale con l'aumento degli altari da tre a cinque. Nel 1684 la situazione non era cambiata e non lo era nemmeno nel 1693, all'epoca della visita di Bartolomeo Gradenigo. Si rimarca solo la presenza di due romiti, uno in parrocchia, l'altro alla santella presso il ponte sul Mella. Nel 1711 i sacerdoti presenti oltre al parroco sono tre e due fanno scuola. Durante il sec. XVIII, come risulta dagli atti della Visita pastorale del 12 marzo 1792, gli altari sono diventati sei. Le confratemite sono aumentate: a quelle del SS. e del S. Rosario si sono aggiunte quelle della Dottrina cristiana e della Cintura. La dottrina cristiana "è frequentata e ben ordinata per quanto porta l'ignoranza de poveri contadini". Gli inconfessi sono cinque, ma più per accidia che per opposizione.
Nel 1816 il vescovo mons. Nava registra una presenza alla Dottrina Cristiana di 611 fedeli. Influenza ebbero sulla parrocchia i rivolgimenti politici e sociali dell'ottocento. Nonostante ciò nel 1886 la dottrina cristiana fu sempre "discretamente frequentata", i sacramenti lodevolmente frequentati anche per l'anno, salvo una quarantina circa di inconfessi. Non si registrano, a quanto sembra, scandali pubblici. Con il parroco don Moricchia compare un sempre più attivo movimento cattolico giovanile. Viene istituita la Sezione Giovani, che raccoglie subito una quarantina di giovani e che il 29 settembre 1907 inaugurava il vessillo. Nel 1913 è attiva la filodrammatica maschile. L'apostolato giovanile viene continuato da don Giov. Battista Riviera che con il sostegno del curato don Bertuzzi acquista nel 1925 l'area del vecchio oratorio e la casa per il curato. Don Giacomo Contessa diventato parroco nel 1927 riesce, con la collaborazione dei curati don Bertuzzi, don L. Mancini e don A. Canini, a costruire il salone teatro (che diventerà poi il locale delle Acli) e quattro aule di catechismo sopra il salone stesso. Zelante è il parrocchiato di don Carlo Vezzoli (1944-1967) che nel dopoguerra, con la collaborazione attiva di don Giovanni Codenotti, realizza una nuova sala del cinema, il campo sportivo, la sala del ritrovo giovanile, la sala T.V e altre quattro aule di catechismo. A don Carlo Vezzoli si deve anche la fondazione, il 28 novembre 1946 del corpo bandistico, istruito da lui stesso e da Bigio Simoncelli e poi guidato per quarant'anni dal maestro Francesco Montagnini di Urago Mella. Si devono ancora a don Vezzoli l'ampliamento, i restauri e gli abbellimenti della chiesa parrocchiale e della nuova canonica e nel 1964 il rilancio dell'idea della costruzione di una nuova chiesa non però realizzata. L'entusiasmo e lo zelo di don Amilcare Gatelli, parroco dal 1967, realizzano agli inizi degli anni 70 un vero Centro Giovanile parrocchiale che verrà poi ampliato e potenziato dal 1986 al 1995 e dedicato a Papa Paolo VI.
Chiesa parrocchiale di S. Bernardino da Siena - Su un'antica cappella già esistente nel sec. XIII ne venne eretta una nuova poco dopo la metà del '400, dedicata a S. Bernardino da Siena. Venne poi ampliata tra il 1525 e il 1540 e in parte affrescata dal Romanino nell'antico presbiterio, che secondo il Panazza doveva coincidere con l'attuale sagrestia. Ad essa nel 1531 venne affiancato il campanile e venne consacrata, come si è rilevato, nel 1565. Come rileva il Vernia: "Le dimensioni erano ancora piuttosto ridotte; gli altari laterali erano solamente due: uno era dedicato al SS. Sacramento e gestito dalla relativa Confraternita, l'altro venne intitolato alla Madonna del Rosario all'inizio del '600". Ampliata una seconda volta tra il 1668 e il 1680 assunse, come rileva il Vernia, l'aspetto attuale "imponente e compatto. Il nuovo edificio rispecchiava lo schema compositivo del tardo Seicento: a navata unica con alte pareti ritmate da paraste doriche e da arconi a tutto sesto; volta a botte, segnata da membrature e da grandi unghioni in corrispondenza delle dieci finestre laterali; presbiterio rettangolare, leggermente rialzato rispetto alla navata. Vennero eretti due nuovi altari (ai S.S. Fermo e Pancrazio e alla B.V del Suffragio) mentre nel fondo vennero ricavate due cappelle, l'una per accogliere gonfaloni e stendardi, l'altra per il Battistero. In seguito in luogo del deposito degli stendardi venne eretto un nuovo altare dedicato a S. Gaetano da Thiene. Nel 1711 era in via di completamento l'interno con l'indicazione dell'avvenuta realizzazione in marmo dell'altare maggiore e degli altri altari tutti di fattura accuratamente preziosa. All'esterno, la semplice facciata, sormontata da un frontone ottuso decorato, era divisa in due parti da un cornicione marcapiano: il registro superiore venne alleggerito da un grande finestrone rettangolare (a cui è stata recentemente applicata una vetrata istoriata riproducente il monogramma di S. Bernardino) e da due riquadri incorniciati; mentre la parte inferiore venne decorata da lesene simili a quelle interne. Il portale era protetto da un grazioso protiro ad arcate, probabilmente ereditato dalla costruzione precedente. Addossata alla fiancata esterna sinistra vi era l'abitazione del curato, preceduta da un portichetto". Sul campanile vennero collocate tre campane di bronzo, che nel 1887 diventarono cinque, e nel 1883 vi fu installato un nuovo orologio meccanico. Ma già fin dal 1816 la chiesa pur considerata "ben ornata e ben fabbricata" era considerata "alquanto piccola per la popolazione". Tanto più lo diventò a distanza di parecchi anni per cui nel 1933-1935, per iniziativa del parroco don Giacomo Contessa venne allungata su progetto dell'arch. Angelo Bordoni, con l'aggiunta alla navata di una campata d'ingresso alta fino al vecchio cornicione marcapiano, occupando quasi tutto il sagrato. L'intervento, che deturpò l'equilibrio volumetrico dell'edificio e la sobria ed elegante facciata seicentesca, fu reso necessario dal notevole incremento della popolazione locale, triplicata in poco più di un secolo: dagli 800 abitanti della fine '700 si era passati ai 2400 del 1932. La nuova facciata, che intendeva rispettare le forme architettoniche di quella precedente, venne privata del protiro e abbellita con un grande dipinto raffigurante S. Bernardino mentre predica alla folla.
La chiesa venne inoltre decorata ed affrescata dal pittore Giuseppe Riva da Bergamo e da altri con medaglioni raffiguranti la Trasfigurazione, i quattro Evangelisti, la gloria di S. Bernardino da Siena, e i santi protettori della gioventù. Ultimi interventi vennero compiuti nel 1979-1980 su progetto dell'arch. Angiolino Baiguera e dei geom. Mario Consoli e Gianfranco Negrini con un nuovo pavimento in rosso di Asiago e bianco di Botticino, con la creazione del nuovo Battistero, con la nuova sede dei confessionali e vari altri interventi. Nel 1989 vennero operati dalla ditta locale Silvano Apostoli nuovi interventi sul tetto e su tutto l'estemo della chiesa.
Chi visita la chiesa incontra sulla controfacciata al di sopra del portale centrale un quadro (olio su tela cm. 370 x 120) di anonimo bresciano (metà del XVII sec.) raffigurante un miracolo di S. Antonio di P. con il quale il santo risana un giovane travolto da un toro. Sul lato destro della porta centrale c'è un quadro (olio su tela cm. 154 x 242) raffigurante le S.S. Croci fra i S.S. Faustino e Giovita. Sul lato di sinistra vi è una tela (ad olio cm. 150 x 222) raffigurante la Madonna col Bambino tra i S.S. Sebastiano e Rocco attribuita da L. Anelli a Camillo Raina. Nella prima cappella di destra campeggia un'alta tela (affresco strappato in sagrestia, cm. 245 x 330) raffigurante la Madonna col Bambino, i S.S. Bernardino, Domenico, Sebastiano e Rocco, ed eseguita intorno al 1525-1530. L'attribuzione al Romanino di Camillo Boselli (1957) suffragata da G. Panazza attraverso il raffronto con gli affreschi della cappella di S. Obizio in S. Giulia a Brescia, con le ante di Asola e il dipinto di S. Felice del Benaco mostra la Madonna col Bambino. "Guasto, egli scrive, e certamente ridipinto è il viso della Vergine, ma il Bambino è di fattura notevole e così i ricchi panneggi della Vergine, sciolti e mossi, fluidi, delicati nell'accordo del rosato, del verde, del bianco. Ella è seduta, e vista di fronte, larga di forme, placida, simile quasi ad una popolana incinta. Soltanto il Romanino può essere l'autore del morbido, fuso modellato di S. Sebastiano, così vicino a quello di Villongo S. Filastrio, nella Cappella di S. Rocco, o dell'arguto profilo di S. Bernardino, di un icastico realismo e così nobile nella tonalità bigia della tonaca, che ha come contrappunto il bianco e il grigio dell'ampia veste di S. Domenico; il viso terreo e piuttosto segnato di quest'ultimo aveva spinto [il Boselli] all'attribuzione al Piazza. Ma ecco che nella figura di S. Rocco vi è una nobiltà, un fremito nel segno, una delicatezza nel rosato della veste o nel verde della mantella, che sono soltanto del Nostro; il profilo così intenso e rapido di esecuzione, nella testa del medesimo Santo, ci rammenta alcune teste nella discesa dello Spirito Santo in S. Francesco di Brescia".
Il Vernia rileva che i santi che vi sono raffigurati sono i più venerati dalla popolazione del tempo. Segue un quadro di Agostino Salloni posto sopra la porta laterale, raffigurante il Padre Eterno con l'Immacolata Concezione, i S.S. Anna e Gioacchino (olio su tela cm. 148 x 242). Sul confessionale che segue è stata posta una tela (a olio cm. 152 x 242) raffigurante la SS. Trinità e gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, eseguito nel 1686. Il secondo altare sul lato destro ha un'ancona marrnorea recente e in stile composito che racchiude una statua di S. Giuseppe. Era una volta dedicato a S. Pancrazio, raffigurato in un artistico ovato al centro del paliotto in marmo di Valcaregna. Salendo lungo il lato destro della chiesa si incontra l'altare della Natività raffigurata in una pala (cm. 153 x 153) di Girolamo Romanino (1525-1530) e restaurato da A. Buschetto di Venezia nel 1961. In esso C. Boselli vi ha ravvisato un'opera giovanile, da collocarsi intorno al 1520 per i notevoli ricordi savoldeschi, soprattutto nella tonalità degli azzurri e per un intimismo e una calma quasi moretteschi. L'altare fu un tempo dedicato alla Madonna del Rosario come ricorda l'ovato nel cimiero dell'ancona di marmo impreziosito, come rileva Ivo Panteghini, da specchi in diaspro di Sicilia racchiusi in zoccoli e cornici in marmo di Carrara. Il presbiterio è dominato da una pala (olio su tela cm. 200 x 340 c.) raffigurante la Madonna col Bambino, i S.S. Bernardino, Sebastiano e Rocco firmato Francesco Paglia alla data 1673. Vi fa da sfondo il paesaggio di Roncadelle con l'allora rinnovata chiesa parrocchiale. Restaurata nel 1962 da Scalvini, Casella e Bizzai di Brescia ha fatto scrivere a Franco Carpi: "rimpianto dell'opera è decisamente scontato nella sua classicità, tuttavia le singole figure che fanno corona ad una Madonna tanto dolcemente maestosa quanto è vivacemente naturale il suo Bambino, non sono banali vuoi per il modellato secco e realistico di un estatico S. Bernardino, vuoi per la calda macchia di colore che crea, in un'atmosfera ricca di livide ombre, il manto di un vigoroso S. Rocco o per la efebica bellezza di un mite S. Sebastiano. In uno spiraglio lasciato da solide nuvole si intravvede un motivo paesaggistico che riprende la chiesa del borgo. Per terra, le tre mitrie, che simboleggiano il rifiuto di S. Bernardino per tre vescovadi, e un cagnolino, compagno di S. Rocco, costituiscono classici elementi di iconografia religiosa". Come sottolinea G.L. Vernia l'altare maggiore "è uno splendido esempio dell'arte del commesso, fiorentissima a Brescia in epoca barocca: il paliotto è decorato da motivi naturalistici (foglie di acanto, grappoli, uccelletti, fiori di narciso e bacche), che spiccano vividi su fondo nero di paragone e che fungono da cornice alla cartella centrale, entro la quale è effigìato l'emblema eucaristico dell'ostensorio. L'ancona, con struttura a cornice, è semplice e rigorosa, con due grandi paraste in verde Alpi e fondo in marmo di Carrara. I grandi intagli dorati a volute fiorite e festoni impreziosiscono e alleggeriscono il rigore dell'insieme. L'opera è attribuibile ai Corbarelli, famosi intagliatori di marmo del tardo '600 e del primo '700. Il grande tabernacolo, appesantito da un'imponente tribuna munita di colonnine in diaspro, di statue allegoriche, di putti dorati e di un cupolino schiacciato, ha forma di tenda orientale ed è attribuibile ai Fantoni di Rovetta. E' di poco successivo all'altare (1730 circa). Il ciborio vero e proprio, affiancato da quattro putti telamoni in marmo, è chiuso da un'artistica porticina in argento sbalzato, che propone una crocifissione; è una pregevole opera barocca con richiami seicenteschi. La croce, il Calvario e i nembi del fondale sono riprodotti dallo sbalzo, mentre il Cristo e i dolenti sono eseguiti a getto. L'altare rivolto al popolo, trasportato nel presbiterio da una cappella laterale dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, ha un paliotto del primo '700 abbellito da un fascio di fogliami d'acanto con rose e uccelletti su fondo nero. Le balaustre, che un tempo dividevano la navata del presbiterio ed ora ornano la cappella di S. Bernardino e S. Rocco, risalgono ai primi anni del '700. Lo zoccolo e i piani sono in marmo di Botticino, i pilastrini maggiori sono in rosso di Verona e gli altri in nero di paragone. Una parte della vecchia balaustra è stata utilizzata per realizzare l'ambone del presbiterio, il cui lettorile a cartiglio è abbellito sul fronte da due teste di cherubino di eccellente fattura settecentesca".
Nella bella lunetta sopra il coro vi è un olio su tela (cm. 370 x 180 c.). Si tratta di una copia dell'Ultima Cena del Moretto del 1521 esistente nella chiesa di S. Giovanni Evangelista di Brescia. Restaurata, come s'è detto, nel 1962 da Casella, Scalvini e Bizzai di Brescia, a detta di F. Murachelli la si può attribuire al Gandino o al Giugno, discepoli e ammiratori dei Moretto. Tale ipotesi è negata da L. Anelli che pur non proponendo alcun autore certo fa piuttosto notare come il copista abbia in definitiva trasformato l'Ultima Cena in un Banchetto Eucaristico data l'esclusiva presenza sulla tavola del Pane e del Vino. Il critico inoltre invita ad indagare sulla possibilità che la lunetta - che egli giudica "magnifica" fra quante derivazioni secentesche si ebbero dal Moretto - possa essere di quel Salloni che nella seconda metà del Seicento compì proprio in S. Giovanni a Brescia il suo più vasto ciclo di dipinti (le lunette decorative al di sopra degli altari) lavorando gomito a gomito con i lavori del Moretto; e che fu operoso con altre tele anche a Roncadelle. Lo stesso ritiene di accostare i verdi e gli effetti serici delle vesti a quelli delle due opere del Salloni conservate al Museo Diocesano.
Sulla parete di sinistra del presbiterio sta una tela (olio cm. 254 x 233 c.) attribuita ad Antonio Paglia raffigurante la B.V che consegna il Bambino a S. Gaetano da Thiene. Sulla parete di destra sta una modesta tela (olio cm. 154 x 240 c.) di un anonimo bresciano del '600 raffigurante S. Pancrazio.
Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra presso il primo confessionale una tela (olio cm. 150 x 234) attribuibile ad Agostino Salloni raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Fermo, Rustico, Lucia e Apollonia. Un'altra tela, la Madonna col Bambino, le S.S. Orsole e Campagne e i S.S. Antonio ab. e di Padova è firmata da Agostino Salloni nel 1686. Segue sulla porta laterale di sinistra un altro quadro (olio cm. 148 x 242) attribuito recentemente al Salloni raffigurante il Padre Eterno con l'Immacolata e i S.S. Anna e Gioacchino. Di buona scuola secentesca è la tela raffigurante la SS. Trinità e i santi arcangeli Raffaele, Michele, Gabriele. Sempre secentesche sono la tela dei SS. Faustino e Giovita e la tela riproducente la Madonna col Bambino, S. Rocco, S. Sebastiano di scuola palmesca, con la significativa iscrizione: voto et devozione presbyter Ludovicus - MDCXY-XXIII. Forse è un quadro votivo di un sacerdote della famiglia Porcellaga scampato dalla peste che ha infestato le borgate bresciane nel Seicento.
Sempre sul lato di sinistra si incontra l'altare delle SS. reliquie, antico altare del SS. Sacramento come testimonia l'ostensorio raffigurato sul grande scudo ovale al centro del fastigio dell'ancona. Il paliotto è in portasanta (marmo rosato). L'ancona, con colonne in rosso di Francia e capitello corinzio, risente ancora dello stile barocco. La bella porticina del tabernacolo, in legno dipinto, risale al '600;- il Cristo Redentore che vi è effigiato ha caratteristiche cinquecentesche. L'altare della Madonna era originariamente dedicato a S. Antonio da Padova, come attesta l'ovato dei paliotto, che raffigura - cosa singolare! - il miracolo della mula che scarica davanti al Santo il sacco del denaro rubato. Sotto la mensa si innesta una bella testa di cherubino di scuola callegaresca. L'attuale altare di S. Antonio, con la mensa trasformata in ricettacolo per la statua del Cristo morto, è opera senza, pretese artistiche, ma ha un grande valore devozionale. Come scrive G.L. Vernia: "Il fonte battesimale in marino bianco è tra le opere più antiche della parrocchiale e conserva un alto valore simbolico per la comunità. La data di costruzione (1555) è stata rinvenuta, in occasione della risistemazione del fonte, incisa sul punto di innesto tra il fusto e la vasca". Come annota ancora il Vernia "Particolarmente prezioso è l'organo (32 registri), dal timbro sonoro robusto e spiegato, ubicato nella cantoria sinistra del presbiterio. Costruito da Porro e Maccarinelli di Brescia nel 1892, conserva materiale fonico (canne ed ancie) di provenienza più antica". Venne restaurato nel 1959 da Davide Dagnoli e più recentemente dagli Inzoli. Come ricorda ancora G.L. Vernia: "Il portale a due battenti situato all'ingresso principale è in legno dolce e ornato da modeme formelle in bronzo riproducenti otto episodi della vita di S. Bernardino da Siena e alcune simbologie liturgiche. La grande bussola a tre porte è opera recente in legno dolce. I tre confessionali in fondo alla navata, in stile neoclassico, sono stati costruiti dal falegname Girelli nel 1851 in legno di noce, cimati da intagli a girali d'acanto, valva e croce". I due inginocchiatoi dei confessionali a muro risalgono invece al '700. Il coro, che occupa tutte e tre le pareti dell'abside, conserva gli stalli lignei eseguiti intorno alla metà del '700 e due panche neoclassiche in legno di noce, recentemente restaurate dal generoso e competente intervento di Giuseppe Bresciani. Le due porte laterali del presbiterio, in legno di noce, sono del '700. Inoltre ancora il Vernia dice: "Il baldacchino da soffitto sopra l'altare maggiore ha forma settecentesca: è un grande capocielo dipinto in azzurro con una colomba al centro; dalla cornice a goletta pendono grappelloni e nappe di legno. Il Crocifisso esposto nel presbiterio, in legno policromo, è del '600. In legno policromo sono anche le belle statue di S. Rocco, realizzate da Gualfredo Sughi nel 1836, di S. Bernardino, del Sacro Cuore e della Madonna col bambino, esposte nella navata, e quella della Madonna di Lourdes conservata in sacrestia: risalgono al periodo compreso tra la metà delI'800 e il primo '900. Un particolare valore, anche affettivo, hanno le corone poste sul capo della Madonna e del Bambino, realizzate con l'oro raccolto in parrocchia negli anni del dopoguerra; si tratta di due ghirlande di foggia imperiale, lavorate a traforo, con apice segnato da un globo crucifero gemmato e con pietre semipreziose incastonate. Le altre statue sono in gesso. In fondo alla navata è esposto il busto in bronzo di don Carlo Vezzoli (1901-1967), parroco a Roncadelle per 23 anni. Come ha messo in rilievo una esemplare mostra di Arte Sacra. a Roncadelle dal sec. XVI al sec. XIX (10-20 maggio 1997) della quale sono stati organizzatori G.L. Vernia e don Amilcare Gatelli, il patrimonio artistico parrocchiale registra calici, pissidi, ostensori, reliquiari, paramenti, ecc. dalla fine del '500 in poi.
Chiese - Esistettero nel territorio di Roneadelle altre chiese e cappelle fra le quali:
S. Giulia - Fabbricata dal monastero omonimo di Brescia, nel sec.XIV, fu il punto di riferimento della popolazione della campagna roncadellese fino alla nascita della parrocchia di S. Bernardino anche perché vi venne mantenuto un cappellano che vi celebrava la messa festiva.
Natività della B. V Maria - Cappella privata del palazzo Porcellaga-Martinengo-Guaineri, ricavata in una sala del palazzo stesso nel sec.XIX.
Epifania - Probabilmente nei pressi del "castello" ma della quale non si conosce la precisa dislocazione. Venne fatta abbattere tra il 1665 e il 1684 dal conte Gaspare Giacinto Martinengo per essere ricostruita . piu ampia. Ciò che non avvenne.
Ognissanti - Già esistente nella prima metà del sec. XVII fabbricata dalla famiglia Savoldi. Ebbe per.qualche tempo un cappellano.
S. Francesco - Venne fatta costruire dai nob. Federici. Esisteva già nella prima metà del sec. XVII. S. Rocco - In contrada Villanuova.. Eretto dai. Porcellaga nel 1648 era dichiarato di proprietà di Ludovico Porcellaga.
S. Antonio di Padova - Ne venne concessa la costruzione il 2 febbraio 1705, in seguito a richiesta avanzata il 5 aprile 1691 da Antonio Dusi e dal figlio don Guglielmo, a condizioni stabilite dal parroco.
B.V Annunciata all'Antezzate - In essa nel 1981 Luciano Anelli con l'aiuto del Gruppo di Ricerca Storica locale ritrovò l'Annunciazione di Pietro Maria Bagnatore che, appesa un tempo come lunetta sotto il portale della Loggia di Brescia, era scomparsa alla fine dell'800. P- ora proprietà Balzarini.
Cappella della Casa di riposo "Berardi Manzoni". Nel 1996 venne adomata di un affresco (m. 8 x 4) di.Natale Doneschi, raffigurante l'Ultima Cena nel quale i personaggi hanno volti e tratti di abitanti di Rezzato, paese natale del pittore.
Castello o palazzo Porcellaga-Martinengo-Guaineri. Pur privo, come scrive Fausto Lechi, di quelle eleganze architettoniche che erano di prammatica nel barocco il palazzo si presenta nella sua suggestiva, massiccia imponenza. I Porcellaga si accontentarono in pratica di una casa di campagna con fienili e fattorie anche muniti di difese come una rocca, arricchita di affreschi a quanto sembra del Romanino. Il progetto dell'attuale palazzo è stato riprodotto in un affrresco del salone centrale. Si comprende così che doveva essere organizzato ad "U" con il lato aperto verso sud. Venne fatto proprio da Pietro Emanuele Martinengo del ramo di Pianezza che già erede dei beni dei Colleoni e figlio di Gaspare e di Chiara Camilla Porcellaga, ereditò anche l'impegno di rifabbricare il "castello" alla cui costruzione aveva dato il via. Interrotta la costruzione per la guerra di successione spagnola (1701-1705), vedeva nel 1710 compiuta l'attuale ala del castello che rimase l'unica realizzazione del primitivo progetto. Contestazioni da parte di eredi dei Porcellaga, pur superate in giudizio dal conte Martinengo, non permisero, in seguito alla sua morte avvenuta nel 1746, di procedere oltre nella fabbrica. Senonché, non avendo figli maschi, ma solamente due figlie, nelle divisioni la proprietà in Roncadelle fu assegnata alla figlia Maria Licinia. Questa fin dal 1731 era andata sposa a Guido dei Marchesi Bentivoglio d'Aragona di Ferrara. Ma non avendo anch'ella figli maschi legò per testamento i suoi immobili di Roncadelle alla figlia Matilde, che aveva sposato il Cav. Marcantonio Erizzo da Venezia. Furono i figli di questi che nel 1817 vendettero le pertinenze materne di Roncadelle ai nobili Scipione Guaineri, padre, ed Ercole, figlio, già in possesso dal 1806 dello stabile Avogadro, denominato Villanuova, nello stesso comune. I nob. Guaineri intervennero sul fabbricato costruendo, nel 1820, lo scalone di pietra che porta al piano superiore, restaurarono le stanze ed i solai che il lungo abbandono avevano resi squallidi e malsicuri e, nel 1827, sopprimendo il ponte levatoio, vi sostituirono un ponte in pietra. I fratelli Scipione e Pietro, figli di Ercole e della contessa Barbara Fè, nel 1868 eressero la nuova ala settentrionale.
Fausto Lechi (in "Dimore bresciane") ha così richiamato le caratteristiche della costruzione come si presenta oggi: nella facciata, volta verso mattina si aprono, spoglie di ogni ornamento, ben quindici finestre con inferriata a pianterreno e altrettante al primo piano; quivi solo la finestra centrale si affaccia sopra un largo balcone in pietra con colonnette e grandi mensole. Un egual numero di piccole finestre quadrate è in alto sotto il semplice cornicione, senza modiglioni (grave deficienza questa che rende come calvo il palazzo), e ancora altrettante, e simili, aperte sullo sperone che si protende nella fossa circondante il palazzo. Sono molte sessanta aperture in una sola facciata. Unico movimento alla facciata è dato da due risalti alle estremità che le fanno avanzare di poco, quale accenno di torrioni. Corpi avanzati che hanno due finestre ciascuno verso monte e verso mezzodì. L'ingresso al cortile è sul lato nord di un fabbricato semplice ma che forse è quanto rimane del castello dei Porcellaga. Il prospetto verso il cortile è di gran lunga più nobile nella sua sobrietà: un bel porticato di sette luci con pilastri in pietra bugnati, è racchiuso fra due corpi pieni sui quali doveva innestarsi il proseguimento dei lati previsti nella pianta a U. Le finestre dell'unico piano, hanno come unico ornamento, un elegante motivo barocco in pietra lavorata sotto la banchina. Particolare questo non comune e non riscontrato altrove, forse immaginato da un architetto di molto buon gusto come il Groppi. Singolare in questa villa il fatto di una strana e profonda diversità nella decorazione dei locali interni. E questo in soli due anni di distanza. Per le sale del pianterreno il Martinengo invitò un decoratore milanese, Giuseppe Merati, e questi con insolita foga dipinse pareti e volte di cinque ampi locali con piante e cieli aperti dalla caratteristica vita "en plein air" come dicono i francesi; e devesi riconoscere che ha ottenuto un effetto piacevolissimo e raro a vedersi fra noi".
"Monotona" definisce la decorazione del primo piano che presenta le solite prospettive di colonne e medaglioni con figure mitologiche: Giove, Marte, Minerva, la Virtù e ancora in altre sale Saturno, l'Estate (con la data 1702), e la Primavera. Ad esse in altre sale seguono la Fama, l'Autunno e l'inverno. Nella galleria che porta la decorazione della seconda metà del Settecento, vi è una scritta: "SCIPIO 1 E NOB. GENTE GUAINARIA / PATR. BRIX. / HERCULI / DILECTO FILIO 1 MDCCXVII". Palazzo "Il Savoldo". E' stato costruito da Paolo Savoldi q. Lodovico (nato fra il 1576 e 1579). "Si tratta, come ha scritto Fausto Lechi, di una costruzione massiccia ma non priva di una certa eleganza. Molto facilmente essa venne costruita nei primi anni del Seicento ma conserva in sé tutti gli elementi dell'architettura minore cinquecentesca". "Nell'interno, annota ancora il Lechi, una galleria, con tutte le caratteristiche delle ville venete anche palladiane, attraversa tutto il fabbricato e su di essa si affacciano quattro locali laterali. Una pianta elementare ma pur sempre leggiadra. I soffitti sono a volta con cornici di stucco". Spentasi la famiglia Savoldi nel 1700 il palazzo venne venduto a terzi e ridotto a modesta abitazione.
Interessante è stata villa Turlini, in via S. Bernardino a Roncadelle, una costruzione con elementi architettonici che secondo gli studiosi risalgono alla fine del '400 e che un gruppo di cittadini e Italia Nostra nel 1989 non sono riusciti a salvare dalla distruzione. Utilizzata come cascina e ceduta a una cooperativa edilizia ("Il Tiglio") per essere trasformata in complesso residenziale, la costruzione non venne destinata al restauro.
Interessante costruzione borghese è Villa Lombardi (prima Villa Uccellanda) edificata da Giovanni Lombardi ed inaugurata il 6 ottobre 1890. Ristrutturata ed ampliata nel 1929 da Mario Lombardi di Giovanni è passata poi a Giuseppe di Mario che provvide nel 1986 ad un ampio restauro.
L'Economia ha sempre prodotto cereali, erbe foraggiere, gelsi, con notevole sviluppo della produzione di bozzoli. Notevole la presenza di boschi specie lungo il Mella. L'agricoltura si avvantaggiò nel tempo del fiume Mella, di rogge come la Mandolossa del torrente Gandovere e, in seguito della seriola Porcellaga costruita a partire dal 1391, dalla Castrina che dall'Oglio portava acqua fino ad Antezzate, ecc. Prevalente in senso assoluto la grande proprietà con una popolazione attiva composta da braccianti agricoli, da mezzadri e da fittavoli. Figura importante quella del fattore. Dall'economia agricola di Roncadelle non rimangono attive che poche cascine fra le quali quella di Antezzate, nella quale i Balzarini hanno realizzato anche piste per l'allenamento di cavalli da corsa. Ma nel 1995 solo lo 0,1 per cento della popolazione risulta addetto all'agricoltura, mentre il 51,4 per cento è addetto ai servizi e il 48,5 per cento all'industria. Tradizionale lungo i corsi d'acqua la pesca e, nella campagna, aperta fino a pochi decenni fa, la caccia. Già nel sec. XVI Agostino Gallo ricordava il roccolo dei Porcellaga dotato di candelabri invischiati e richiami. Ancora agli inizi del '900 la campagna era frequentata da cacciatori e da pescatori nel Mella e nelle rogge. Attivi sulle rogge i due mulini, quello di S. Giulia e quello del Castello. Anche se non documentata, antica fu l'attività dei "sabiunì" cioè dei renaioli che prelevavano sabbia dal letto del Mella. Presenti da secoli alcune fornaci. Una di esse presso Onzato è nominata nel 1435 e fu di proprietà dei Porcellaga. Nel '500 nei pressi della roggia Mandolossa sorgevano due Fornaci sempre di proprietà dei Porcellaga una a sud est del castello e un'altra al "Fornasotto". Non mancavano altre piccole fornaci e forni per la produzione di maiolica. Raggruppati nella contrada dell'Osteria o di sotto, sulla strada regale per Orzinuovi, si affacciavano questi forni e si specializzarono in produzione di pezzi di maiolica particolarmente pregiati, come indicano documenti notarili dal 1584 trovati da Luigi Dedé. La più antica manifattura boccalara del luogo (inizi sec. XVI) che si conosca fu quella di Bartolomeo Zanetti q. Francesco, oriundo da Solarolo Mantovano. Contemporanei o quasi furono Battista Scabusi oriundo da Longhena e la cui manifattura di boccaleria raggiunse il culmine verso la metà del '500 grazie all'apporto dei figli Carlo, Bernardo e Sebastiano; altro boccalaio fu Bettino Merici, che alla fine del '500 si trasferì a Manerbio e poi, ancora Giovanni Battista Tonetti. Fra le più importanti manifatture boccaliere del '600 fu quella dei Malgaretti che si protrasse fino alla fine del secolo.
Presenti, anche se secondo la normalità dei tempo, gli artigiani (ferrai, callegari, marengoni, calzolai, sarti, ecc.). Singolare fin dal '600 lo stabilirsi di orafi con marchio di produzione riproducente un cavallino con le iniziali del proprio nome. Ancora negli anni 1933-1934 non si contavano che pochi artigiani (tre fabbri, tre muratori, tre falegnami) e non molti commercianti. Agli inizi degli anni Sessanta esistevano già mobilifici (Fratelli Bono), oleifici (Piacentini) e soprattutto una industria per la lavorazione della plastica e per gli elettrodomestici (Elettroplastica ed Elettrodomestici) e la fonderia Montini Franco con circa 150 operai. Nel 1962 si registra la Howard Rotavator s.p.a. per la produzione di fresatrici agricole, spandiconcime, spandiletame. Lo sviluppo economico si fa incalzante negli anni '70 con la presenza di sempre più massicci insediamenti produttivi come la SETA (incorporata nel  1982 nella Dalmine) e l'ATB e grosse realtà del territorio come la "Rinascente" e la "Gros Market Lombardini". Ad esse si aggiungono poi i Magazzini d'Europa passati nel 1991 alla IKEA. Nel 1975 nasce a Roncadelle per iniziativa di Oscar Perani la POR ("Perani Oscar Roncadelle") per la produzione di nipples (accessori) in alluminio destinati ai caloriferi e in seguito per la produzione di tubi in acciaio con raccordi. Nel novembre 1983 si trasferiva da Longhena a Roncadelle il Raviolificio Therry. Nel 1994 alla Seta Tubi si sostituisce l'Almag di Lumezzane con 240 dipendenti. Nel giugno 1995 si trasferisce a Roncadelle la FORIT, cooperativa di installatori idraulici della Confartigianato Unione di Brescia e all'Unione cooperative. Nello stesso 1995 a Roncadelle toma l'Elettroplastica Elettrodomestici Dalla Bona-Sacconi. Nel 1994 le aziende di rilievo erano: la Bisicur s.rl. (via Martiri della Libertà 13), per la produzione di articoli antinfortunistici, l'Elettroplastica s.p.a. (via Marconi, 15), per la produzione di elettrodomestici, la Girelli Costruzioni s.rl. (via Martiri della Libertà, 293), ICEL s.p.a. (via Fermi, 25/28) per la produzione di quadri elettrici; Ingros Carta Giustacchini s.p.a. (via Vittorio Emanuele H, 27) per articoli per il commercio, l'imballaggio e la cancelleria; la Gonna s.r.l. (via Vittorio Emanuele) per il commercio di vestiario; Luzzago s.rl. (via Mandolossa, 65) per riparazioni carrozzerie; la Tosoni Fluidodinamica s.rl. (via Fratelli Cervi, 20) per la produzione impianti oleodinamici. Nel 1982. si costitúiva sotto la guida della Confederazione nazionale artigianato il Consorzio insediamento artigianali di via Villanuova con l'adesione di 18 ditte artigiane e con l'inaugurazione di capannoni il 24 settembre 1983 cui si aggiungeva nel 1986 un altro insediamento di undici aziende. Dagli anni '80 Roncadelle diventava un grande emporio commerciale con la nascita di Roncadelle Città Mercato, divenuta Auchan nel 1998. Ad essa si aggiunse nel luglio 1990 l'Emporio Rondò. Nel 1993-1995 alle realtà commerciali esistenti si aggiungeva, tra l'autostrada Brescia-Milano e la Tangenziale sud, un nuovo Centro commerciale integrato su un'area di 166 mila metri quadrati di cui 45 mila coperti, comprendente il supermercato Rinascente città mercato, il Brico center, la galleria di 55 negozi, un ampio parcheggio per 3200 posti, strade interne e verde. Nella zona rientrano altri tre lotti: uno di 22 mila metri quadri per attività artigianale-commerciale; uno di 2 mila metri quadri per l'ampliamento dell'area di servizio nord dell'autostrada. In tutto ben 207 mila metri quadri. Fra le prime iniziative di sviluppo turistico vi fu, il 7 ottobre 1983, l'inaugurazione del Continental Hotel. In sviluppo la rete di credito. Nell'aprile 1996 veniva aperta una filiale della Banca di Credito cooperativo di Pompiano e della Franciacorta. Il 15 aprile 1996 veniva aperto il primo McDonald's della provincia di Brescia.
Parroci: Bernardo Bertoldi (ca. 1555-1591); Bartolomeo Silvestri (1592-1619); G. Battista Maffeis (162024); Martino Casinello (1624-31); Giulio Calcagni (1631-32); G. Battista Pasini (1633-36); Francesco Cesareni (1637-40); Pellegrino Lurani (1640-51); Domenico Guglielmotto (1651-52); G. Battista Sisti (1653-54); Tommaso Rodolfi (1654-55); Andrea Della Bianca (1656-58); G. Battista Bertoli (1658-60); Faustino Agosti (1660-96); Lorenzo Pasini (1696-97); G. Battista Borboni (1 697-1706); Pietro Facchi (1 706-33); Domenico Gallizioli (1743-58); Carlo Uberti (175885); Faustino Bonomi (1785-95); G. Giacomo Fisogni (1795-1826); Giacinto Bonaventura Mensi (1827-76); Giuseppe Ghirardi (1 876-82); Giulio Tadini (1 882-99); G. Battista Moricchia (1899-1920); G. Battista Riviera (1920-26); Giacomo Contessa (1927-44); Carlo Vezzoli (1944-67); Amilcare Gatelli (1967-98). Dal 1733 al 1743 non venne nominato il parroco per disaccordi tra i patroni della chiesa di S. Bernardino. Dal 1998 viene nominato parroco Eugenio Panelli.
Sindaci (e podestà): Guaineri nob. Scipione (1 86370); Berardi cav. Francesco (1871-84); Francesco Vecchi (Lf., 1885); Rodolfo cav. Rodolfi (1886-91); Luigi Fantoni (f.f., 1892-94); Giovanni ing. Tagliaferri (1895-96); Guaineri nob. Scipione (1897-1904); Giovanni Dusi (1904-20); Giacomo Trainini (1920-21); Angelo Civettini (1921-22); Mario Lombardi (192326, podestà 1926-30 e 1939-45); Paolo Dusi (podestà 1930-39); Guaineri nob. Scipione (1945-46); Angelo Manenti (1946-53); Eugenio Braghini (1953-60); Luigi Sala (1960-73); Renato Tobanelli (1973-92); Giovanni Ragni (1993-...).

Testo tratto dall'Enciclopedia Bresciana, riveduto e corretto.

RONCADELLE (in dial. Roncadèle, in lat. Roncatellarum) - Borgata industriale, commerciale ed agricola della pianura bresciana occidentale, sulla destra del fiume Mella, a 6 km. a sud ovest di Brescia. Il paese è attraversato dalla statale di Orzinuovi e dalla strada per Travagliato. E’ a m 122 s.l.m., ha una superficie di kmq 9,15.
Comuni limitrofi: Brescia, Castelmella, Torbole Casaglia, Travagliato, Castegnato e Gussago. Il nome deriva dal latino altomedievale "runcare" che significa smuovere, dissodare (in tedesco "rücken": smuovere, dissodare, estirpare). Ronchetèl dovrebbe essere diminutivo di "ronchèt" diminutivo di "ronco", nel significato di terreno ondulato da apprestare alla coltivazione.
Lo stemma raffigura una roncola, un castello ed un ponte a tre arcate.
Sono segnate nelle mappe le frazioni: Antezzate (dal centro km. 1,80), Corteazzo o Cortivazzo (km. 1,50), Fedriza, Feniletto e Tesa (km. 2), S. Giulia (km. 2), Savoldo (km. 1,50), Villa Nuova (km. 1,50) e inoltre località e caseggiati come: Violino, Violino Brione, Barbi, Fornasetta, Fiorita, Foini, Giardinetto, Piazza d'Anni. Il nome si presenta come "Roncketellis" (sec. XII), "Roketellis" (1209), "Roncathellis" (1298).
Abitanti (Roncadellesi): 712 nel 1693, 840 nel 1792, 1173 nel 1881, 1599 nel 1911, 2361 nel 1931, 3330 nel 1951, 4330 nel 1971, 7020 nel 1991.
Il terreno è evidentemente alluvionale. Nonostante il nome collettivo della località, che sembra indicare un terreno incolto e pressoché abbandonato, il territorio fu compreso nella centuriazione romana. Gli studiosi credono infatti di individuare a Roncadelle il limes dell'ottavo decumano e quello del trentatreesimo cardo. Il nome di "Sextus Niger Sollonius", ricordato in una iscrizione votiva ad "Alus" trovata presso la cappella di Ognissanti, potrebbe anche essere quello di un proprietario terriero dei tempi di Roma. Singolare è il confronto con il Sesto Nigidio Primo edile di Brescia che restaurò l'ara al dio Bergimo ed il Sesto Nigidio Primo junior decurione che dedica un titolo alla Tutela Augusta.
Materiali litici, ceramici e monete di età romana vennero rinvenuti in una località imprecisata nel 1977 nel territorio di Roncadelle. A questi rinvenimenti bisogna aggiungere quelli del 1986 in località Castello, via Gramsci, che hanno portato alla luce strutture di epoca incerta. Il territorio era percorso dall'antica via Brescia-Laus Pompeia (Lodi?) la quale, nonostante sia documentata in epoca medioevale, doveva ricalcare una via romana che attraverso Roncadelle, raggiungeva Torbole, Casaglia, Lograto, Pompiano.
Alla caduta dell'Impero romano campi coltivati si alternavano ad aree boscose, specie lungo il Mella, e a brughiere ghiaiose e radure incolte. La situazione andò poi decadendo durante le invasioni barbariche fino alla dominazione longobarda. Roncadelle, come affenna P. Guerrini, divenne ai tempi di re Astolfo una "curtis regia", cioè un centro agricolo importante di proprietà della corona longobarda, un latifondo in parte coltivato a prati e a vigne, ma nel quale dovevano restare ancora in parte selve e boschi per le cacce reali e della corte regia, oltre che per provvedere legna al palazzo ducale di Brescia. Passata da Astolfo a Desiderio e Adelchi, la corte di Roncadelle fu tra le vaste proprietà che Desiderio e la consorte Ansa donarono al monastero di S. Salvatore poi dedicato a S. Giulia, fondato intorno al 753, perchè fosse "runcata" cioè sistemata per la coltivazione. Ed è forse da questa destinazione che la zona prese il nome di "Runchetellis", per cui ancora oggi una roncola compare come uno degli elementi dello stemma comunale. Nel diploma del 4 ottobre 760, con il quale Desiderio, Adelchi ed Ansa confermavano ed ampliavano proprietà e privilegi al monastero di S. Salvatore, poi S. Giulia, si ricordano le proprietà della "corte ducale" che erano presso il fiume Mella "nel luogo detto Runca che è Runco Novo" assieme al bosco che possedevano nella stessa terra.

Come ha osservato Gian Luigi Vernia: "nel basso Medioevo era propriamente chiamato "Runkethelle" o "Roncadelli" (ossia "piccoli ronchi") il territorio, situato a sud-ovest di Brescia presso la sponda destra del Mella, all'incirca corrispondente all'attuale centro abitato di Roncadelle: confinava a nord con la campagna di Fiumicello, di cui era l'estrema propaggine, ad est con i boschi del Mella, a sud con l'antica "strata de Urceis" e con il territorio di "Unsado", ad ovest con la campagna di Torbole e di "Triviado", a nord-ovest con "Tezago" o "Tezate", allora appartenente al territorio di "Guxago"'". Anzi a Roncadelle il monastero avrebbe costruito assieme ad abitazioni rurali un "palatiolo", dimora estiva delle monache, situato al centro di una vasta azienda agricola della quale esistono ancora il toponimo e i segni. Specie dopo le ultime invasioni ungare nel territorio accanto alla corte monastica si andarono formando due nuclei abitati: uno sulla strada che conduce a Travagliato accanto al grande cascinale di S. Giulia, dove era sorta la prima chiesa dedicata alla santa e venne costruito un molino su una derivazione delle rogge. L'altro sorse intorno all'ospizio creato dal monastero di S. Giulia, lungo la strada per Crema-Lodi-Pavia poco distante dal guado sul Mella. Come scrive G.L. Vernia "Anche se non sufficientemente documentate, esistevano sul territorio strutture parzialmente fortificate: alcuni toponimi in uso nel Trecento consentono infatti di ipotizzare la presenza di torri di avvistamento, come nella "contrata Guarde" a sud, presso la strada di Orzinuovi, o di cascinali con qualche carattere difensivo, come nella "contrata Casteleti" (o "de Trubecho") a nord, vicino al Mella". Non è documentata nel Trecento l'esistenza dei castello ("castrum"), che compare invece sui documenti del Quattrocento. Nelle vestigia di epoca imprecisata riemerse nel 1986, come segnalato da Andrea Breda, in due, tronconi di robusta muratura in ciottoli l'un l'altro paralleli distanti circa 9 metri e collegati da un letto di lastre irregolari di medolo composte a secco, vennero individuati i resti di un ponte. Certamente il territorio di Roncadelle venne compreso nell'investitura che il vescovo Olderico 1 ebbe il 15 luglio 1037 da Corrado II sulle rive dei fiumi Oglio e Mella e per venti chilometri circa, compresi i diritti di pesca e commercio. Proprietà che nell'ambito del "territorium civitatis" nel 1038 il vescovo stesso concedeva ai "liberi homines" cioè al nascente Comune di Brescia.
Fantasiosi sono la sconfitta inflitta nei boschi del luogo da Vitale Palazzo a Oprando Brusati nel 1106 e il saccheggio e l'incendio del castello da parte di Leutelmonte (1109). Ma, grazie anche allo sviluppo demografico e all'affermarsi oltre che all'attività dei monasteri nei sec. XI-Xll di una valida classe imprenditoriale di quelli che vennero chiamati "nobili rurali", il territorio si veniva via via trasformando con un continuo prosciugamento di acquitrini, livellamento di terreni, canalizzazioni di acque e arginamento di rive. Come sottolinea Gian Luigi Vernia: "Testimonianze di quel paziente e tenace lavoro dei contadini erano i nomi di alcune zone del territorio, come la "contrata Lame" a sud-ovest, la "contrata Tayate" a nord, la "Breda Sabia" (o "Savia") a sud-est, la "contrata Clavige" a nord-ovest, ecc. Come difesa dalle alluvioni si piantavano alberi e si costruivano muriccioli, come suggeriscono i nomi delle contrade "Albarellis" e "Murathelli" nella zona settentrionale di Roncadelle. Alcuni toponimi - sottolinea Vernia - ricordano alberi ormai quasi scomparsi dal paesaggio locale, come le contrade "Carpeni", "Oneda", "Cerdi", "Saletti", che testimoniano una consistente presenza di carpini, ontani, cerri e salici".
La situazione abitativa, sparsa, costituita da piccole abitazioni fece di Roncadelle da due piccoli nuclei un "locus" fino al sec. XIII, un "locus" cioè un luogo non organizzato, ma non una comunità ben strutturata.
Infatti la costruzione di un ponte sul Mella all'altezza di Roncadelle, ricordato nel 1233 e 1286, venne affidata alla comunità di Torbole e si chiamò "ponte di Torbole". Negli anni successivi gli abitanti di Roncadelle venivano esclusi anche dai lavori di sistemazione e riparazione del torrente Mandolossa. Ancor più esplicita è la decisione del sopraintendente della strada di Torbole, Pietro della Noce, il quale nel 1255 esentava gli abitanti di Roncadelle dall'obbligo di costruire il ponte sul Mella non essendovi ne "universitas nec communitas". Tuttavia da decenni andava accentuandosi una profonda trasformazione. Il monastero di S. Giulia era in continua decadenza mentre prendevano sempre più piede vassalli e amministratori del monastero come gli Avogadro, gli Ugoni, i Baiamonti, i Brusati,i Maggi, i Lavellongo, i Cazzago, i Federici, i Palazzo, e cittadini arricchiti con le proprie attività, come i Porcellaga, gli Ochi, i Dolzani, i Gualandi, i Pregnacchi, i Guaineri, i Boni, che con l'acquisizione di beni nel contado intendevano garantirsi il diritto di far parte della classe dirigente di Brescia. Tuttavia già il 31 maggio 1200 la badessa di S. Giulia, Elena Brusati, aveva resistito al tentativo degli Avogadro (Aposario e Maifredo) di usurpare una breda in Roncadelle, mentre altri tentativi del genere vennero a fatica rintuzzati tanto che il 23 febbraio 1298 il Comune di Brescia per difendere i beni del monastero situati nella "corte e territorio" di Roncadelle, li poneva sotto la custodia delle Chiusure.
Nell'ambito delle stesse Chiusure d'altra parte si andavano raccogliendo in una Vicinia i capi famiglia degli abitanti del territorio, segno di una nascente comunità autonoma la quale, anche se a noi, oggi, manca una precisa documentazione, come sottolinea G.L. Vernia, "si può presumere che provvedesse ad amministrare le poche proprietà collettive, a riscuotere le imposte della comunità, a dirimere le liti tra vicini, a valutare i danni delle alluvioni e degli incendi, a far rispettare le antiche consuetudini sui boschi e sui pascoli demaniali. E dovette certamente occuparsi anche del problema della sicurezza, non essendo la vicinanza di Brescia un effícace deterrente contro il pericolo di incursioni e violenze". Indizio della nascita di una comunità o comune vero e proprio è, nel 1306, la richiesta di un sacerdote che assista religiosamente e in permanenza la popolazione.
Non esistono documenti specifici, ma nelle guerre tra fazioni fratricide e invasioni di eserciti anche Roncadelle e il suo territorio dovettero essere più volte travolti e coinvolti. Ma, contemporaneamente, non mancarono segni di progresso economico sociale dovuto anche a nuovi portatori di capitali ed imprenditori. Lo sviluppo economico sociale portò sotto i Visconti all'ulteriore aumento degli abitanti ma, dopo aver superato (1348-49) la peste nera e successive epidemie, portò anche ad una organizzazione molto attiva del territorio sotto l'aspetto amministrativo. Come rileva G.L. Vernia: "Se in occasione dell'estimo del 1385 il "locus" di Roncadelle era iscritto come comune rurale nella quadra di Rovato con il valore, poco più che simbolico, di 10 soldi e 17 denari, nel 1386 il territorio di Roncadelle compreso tra il Mella e il Mandolossa venne sottoposto alla giurisdizione di Brescia e inserito a pieno titolo nelle Chiusure, ossia nel territorio suburbano direttamente controllato dalla città per motivi di sicurezza e di approvvigionamento, e vi rimase per oltre quattro secoli". Un ruolo particolare dovevano avere nella storia di Roncadelle i Porcellaga, una famiglia di mandriani ed allevatori di porci che, scesi da Iseo a Brescia, dove avevano aperto macellerie e assunto gestioni di proprietà comunali, verso la metà dei sec. XIV si erano assunti sia la gestione di boschi e pascoli lungo il Mella, tra la strada di Palazzolo a nord e la strada di Orzinuovi a sud, sia la riscossione, in sostituzione delle autorità bresciane, delle varie imposte indirette sul territorio di Roncadelle: i dazi del pane, del vino, delle carni, della farina e dei prodotti della campagna, i diritti sui pascoli, sulle onoranze e sulle entrate. Tale gestione veniva rinnovata nel 1386 a Pecino Porcellaga per dieci anni. Come sottolinea il Vemia: "La concessione venne poi rinnovata negli stessi termini, per i successivi venti anni, ai figli di Pecino in data 15 dicembre 1395 e resa infine gratuita e perpetua il 30 agosto 1410 a compensazione di un credito che Antonio Porcellaga vantava nei confronti del Comune di Brescia. L'appalto dei dazi e dei "saletti" divenne quindi una vera e propria investitura dei Porcellaga sul territorio di Roncadelle, grazie alla quale essi poterono unificare i boschi del Mella ai beni della famiglia ed esercitare una sorta di signoria territoriale su Roncadelle col diritto perpetuo di riscuotervi tributi nell'ambito della normativa cittadina e di controllare e proteggere un territorio soggetto alla giurisdizione delle Chiusure di Brescia. Pur non trattandosi di un'infeudazione, tale concessione consentì ai Porcellaga di esercitare su Roncadelle un potere quasi assoluto fino alla metà dei Seicento".
Nel 1389, Bonifacio Ugoni vendeva a Pecino Porcellaga una grossa azienda agricola di 122 piò di terra che Pecino si impegnò a migliorare ottenendo nel 1391 la concessione di realizzare una roggia che verrà costruita dopo la sua morte avvenuta nel 1392. Accanto ai Porcellaga nei primi anni del '400 figuravano altri proprietari e nobili rurali. Il serio lavoro prodotto da questi venne sovente interrotto da guerre e dalla presenza di eserciti. Il territorio infatti fu spesso in balia di eserciti in lotta tra di loro e nel settembre 1438 Nicolò Piccinino vi inseguì le truppe veneziane dei Gattamelata accampandovici. L'anno appresso, 1439, vi si accamparono cavalleggeri di Taliano del Friuli.
Nel settembre 1448 Roncadelle diventava un punto d'appoggio delle truppe milanesi guidate dallo Sforza in un nuovo assedio a Brescia. Nel 1478 durante la terribile epidemia del "mazuch" vi si riunì il consiglio cittadino. Nel luglio 1484 diventava uno dei punti di arginamento da parte delle truppe venete guidate dal Sanseverino prima della pace di Bagnolo dell'anno seguente. La pace, che durò alcuni decenni, favorì lo sviluppo economico avvantaggiato dalla concessione di privilegi fra i quali quelli della dispensa dell'obbligo di alloggiare "genti d'armi", ma soprattutto dalle esenzioni fiscali concesse dalle signorie viscontea e malatestiana e sostanzialmente rispettate da Venezia durante il suo lungo dominio sul territorio bresciano come quelle del dazio delle Porte ("imbotado", "grosso", vendita minuta di carne, vino e pane dell'osteria); le esenzioni vennero confermate nel 1473, 1475, 1516, 1536, 1613, 1626,1636,1672,1720.

Come ha scritto G.L. Vernia: "Nonostante le periodiche calamità naturali e belliche, Roncadelle nel primo secolo di dominazione veneta aveva risentito di un deciso sviluppo economico e demografico, cui diede un forte impulso anche il "ritorno alla terra" da parte della borghesia cittadina nel corso del Cinquecento. La popolazione locale si stabilizzò intorno ai 700 abitanti, anche se bastava la migrazione di poche famiglie o una epidemia per provocare significativi sbalzi demografici. La produzione agraria andò aumentando soprattutto grazie alla riduzione dei terreni incolti ed andarono sorgendo nuove attività economiche". E ciò è dovuto, oltre che ai Porcellaga, anche ad altri proprietari terrieri. Nel 1500, oltre a Pietro Longhena, proprietà vi ebbe anche Castrino Castrini che nel 1507 ottenne dal Doge la licenza per la costruzione della roggia Castrina con presa poco a valle dei ponte di Palazzolo. Nel '500, 166 piò di terra erano di proprietà dei Savoldi, dei quali Paolo q. Lodovico (nato tra il 1576 e 1579) edificava il palazzo detto "Il Savoldo". Nella prima metà del '300 sul territorio esistevano alcune cascine, fra le quali importante quella di S. Giulia, un piccolo borgo attorno ad una piccola chiesa, un casamento diventato poi castello, una grande brughiera e un "cantarane". Sulla strada per Torbole si trovava un'osteria e sul canale Mandolossa un molino ed una fornace. Come afferma ancora G.L. Vernia "Intorno alla metà del Cinquecento il paesaggio di Roncadelle risultava molto diverso da quello deducibile dai documenti del Trecento. Le aree paludose erano quasi scomparse, i boschi e la brughiera notevolmente ridotti". In seguito si andarono infoltendo le abitazioni, specie lungo le vie principali e nelle campagne circostanti. Nel 1646, se si esclude una fascia lungo il Mella, quasi tutti i terreni erano coltivati. La contrada di Sotto o dell'Osteria, lungo la via di Orzinuovi comprendeva nove botteghe sulle dieci esistenti nel territorio. Oltre all'Osteria, riferimento di commercio, di scambi e di traffici, vi esistevano due piccole fornaci e perfino botteghe di orafi. Una trentina di abitazioni sorgevano nei pressi del castello, oltre ad un mulino e ad una fornace. Solo una ventina invece erano gli edifici della contrada di Sopra o di S. Bernardino. A nord lungo la strada per Travagliato sorgeva il "loco" di S. Giulia, il "loco" di Antezzate, le cascine di Villa Nuova e la cascina Fedrisa dei nob. Federici.
Un ruolo importante acquisisce il castello. Nel 1435 viene definito "castrum", anche se si tratta più di un recinto fortificato che di una fortificazione vera e propria, migliorando poi sempre più in seguito, per trasforrnarsi nel Cinquecento in una residenza signorile, mentre la funzione difensiva diventava sempre più simbolica che effettiva, e arricchendosi specie dal 1500 di opere d'arte dei Romanino, del Rosa, del Marone. Divenne però sempre più centro di potere quale, come scrive C,.L. Vernia, "nucleo centrale della signoria locale, residenza di campagna dei Porcellaga, magazzino agrario permanente, riferimento amministrativo e culturale, sede di guardie private, ed essenzialmente il simbolo visibile e concreto dei potere a Roncadelle". E tale fu specie verso la fine del '500 e lungo il '600 da quando nel 1573 gli stessi Porcellaga, con l'uccisione di Galeazzo, si fecero coinvolgere dal clima di violenza generalizzata, assumendo ruoli da signorotti feudali e commettendo vari delitti e abusi che ebbero il loro culmine con Camilla Porcellaga. Accanto al castello e grazie o nonostante i Porcellaga, Roncadelle continuò, sia pure a volte da loro condizionata, a svilupparsi come comunità civile e religiosa.
Con lo sviluppo economico sociale andò migliorando anche la rete viaria. Nel 1582 veniva deliberata la costruzione di un ponte sul Mella all'altezza di Roncadelle. Con il consenso di Venezia, nel 1609 i Rettori imposero ai "cittadini rurali" di Roncadelle l'onere di riparare la strada per Orzinuovi nei pressi del Mella e il 14 ottobre 1613 stabilirono che i proprietari di terreni situati tra il ponte di S. Giacomo e quello di Roncadelle, fino ad una distanza di 120 cavezzi dalle "gerre" del Mella, dovessero provvedere alla costruzione di adeguati argini su quel tratto di fiume. Altri gravosi interventi dovette subire la popolazione per far fronte alle alluvioni e devastazioni provocate spesso dal Mella con ripari ed arginature specie nel 1628, 1674, 1676 e per la manutenzione del ponte, che finirono col gravare sempre più sui proprietari locali tanto che, come ha rilevato G.L. Vernia, "dall'estimo del 1646 si rileva che i maggiori possidenti (S. Giulia, i Porcellaga, l'Ospedale Maggiore, i Federici, i Castrini, i Guaineri) possedevano circa l'80 per cento del territorio allora attribuito a Roncadelle. Altri possidenti locali erano i Dusi, i Terzi, i Rodengo, i Lumini, i Savoldi, i Violini, i Buratti, gli Zucchi e pochi altri. I loro possedimenti si estendevano in ogni caso anche oltre i confini di Roncadelle-Antezzate".
Tempi di emergenza vennero costituiti oltre che dalla peste del 1576-1578 e del 1630, da passaggi di truppe specie nei primi anni del '700 nel tempo della guerra di successione spagnola.

In quel periodo frequentarono il castello il giovane maestro A. Benedetti Michelangeli, il colonnello Sandro Bettoni, il pilota Leonardo Bonzi. Nonostante nell'autunno 1944 si fosse insediato nell'ala occidentale del castello un comando tedesco con il compito di costituire attraverso un parcheggio ed un'officina una base logistica per l'assistenza agli automezzi dell'esercito, proprio nel castello prese corpo sotto la guida di Marco Raineri, Giovanni Buratti, Scipione Guaineri un gruppo di resistenza locale che, dopo aver cercato di boicottare i tedeschi, si andò armando. Salvato il castello dalla distruzione anche per la collaborazione di alcuni tedeschi, esso divenne la roccaforte dell'insurrezione. Partigiani e popolani operarono sotto il comando di Scipione Guaineri sia a Roncadelle sia in altri paesi (Trenzano, Torbole, Mairano, ecc.) per disarmare fascisti e tedeschi. Il dopoguerra vide il prevalere di una "coalizione democratica e di sinistra", alla quale successe nel 1960 una lista democratico-cristiana alla quale fece seguito, a sua volta, nel novembre 1973 una Lista democratica (torre civica con falce e martello) con rappresentanza dei partiti comunista e socialista. Dal 1992 il paese è amministrato da'una maggioranza di centro-sinistra. Oltre al miglioramento e lo sviluppo delle strade fin dagli anni '50, nel 1951 venne edificato un edificio scolastico ad Antezzate per i bambini anche di Tezza, Fedriza, Finiletto e Valotti. Nel 1960 veniva costruito il nuovo edificio delle scuole elementari, in centro, ampliato poi nel 1964 e nel 1972. Incalzante lo sviluppo edilizio sopportato particolarmente da quattro cooperative: "Caduti di Piazza Loggia", "Lavoratori ATB", la "Castello" e "la Famiglia". Nel 1970-1974 su disegno dell'arch. Gianfranco Piovani veniva costruito l'edificio della scuola media. Nel 1971, accanto alla scuola materna "Pietro Cismondi" ,già eretta da anni in ente morale, vennero aggiunte due sezioni di una scuola matema statale. Nel 1977 veniva rifatta la sede del Comune e veniva realizzato un parco pubblico, uno dei primi della provincia. Nel 1979, con una variante al piano di zona, veniva avviata la realizzazione di un complesso di 54 alloggi compresi alcuni servati agli anziani. Seguirono dal 1985 lo sviluppo di un parco per attività culturali, ricreative, sportive e commerciali. Per l'informazione veniva creato "Roncadelle, il giornale del comune", affiancato dal foglio "La Locandina" organo degli utenti della Biblioteca e poi dal "Salice", notiziario dell'omonima associazione ambientalista locale. In sviluppo l'assistenza agli anziani per i quali nel 1989 veniva aperto un Centro sociale autogestito, mentre la Cisl inaugurava una sede pensionati.
Nel 1995 veniva avviata la costruzione delle nuove elementari, nel febbraio 1997 venivano inaugurate la biblioteca e la sala civica, ecc. A lato delle iniziative comunali, nel 1987 veniva costruita una nuova caserma dei Carabinieri e nel 1993 avviata la costruzione della "Casa dell'alpino" promossa dalla sezione ANA fondata nel 1957. Sempre più presente la solidarietà sociale con i gruppi Avis, Aido ed infine con il Soccorso Ambulanza Roncadelle Castelmella (SARC) fondato nel 1989. Nel 1990 veniva realizzata la "palazzina sanitaria". In sviluppo anche lo sport. Per iniziativa di Mario Brodini e Guerino Simoncelli, nell'ambito dell'oratorio nasceva nel 1976 l'associazione Calcio Roncadelle che giocò nella terza e seconda categoria. Qualche anno dopo sotto l'egida del comune nasceva il CAL Roncadelle. Al tradizionale calcio si accompagnò poi il Rugby nel quale si distinse particolarmente la "Under 19". Col calcio ebbe sviluppo il ciclismo che ebbe il suo momento di gloria quando nel 1962 il nome di Roncadelle comparve sulla stampa di tutto il mondo come sede della corsa a cronometro per squadre di dilettanti del campionato ciclistico mondiale nel quale eccelsero Antonio Tagliani di Bedizzole e Renato Bongioni di Ome. Agli sport tradizionali si sono aggiunti il karaté, promosso da Roberto Romanelli, ed imperniato nel Karaté Team Roncadelle; l'escursionismo alpino attivo con il GEAR (Gruppo escursionisti alpini Roncadelle), l'ippica (ad Antezzate) per iniziativa di Emilio Balzarini, il turismo aereo, la pesca, attiva con la "Lenza Roncadellese" di Marco Civettini e il "Cefalo". Nel tiro al piccione Roncadelle ha dato nel giugno 1995 il campione del mondo Giovanni Rodenghi.
Momenti di gare e di incontri sono il Settembre dello Sportivo con il Palio delle associazioni che vede da anni presenti: gli alpini, l'Arci, l'Avis-Aido, il Centro sociale, gli artiglieri'-combattenti, il Cscr, la Protezione civile, il Sarc, la Federcaccia, la banda parrocchiale, la Bocciofila Grossi, l'oratorio S. Luigi, i pittori locali, gli scout. Attivo dal 1980 con pubblicazioni e mostre il Gruppo di ricerca storica di Roncadelle dovuto alla tenacia e passione di Gianluigi Vernia.